Presa di Ancona

del settembre 1860

L'annessione di Ancona al Regno d'Italia

 

 

Il 31 agosto 1860, Giuseppe Garibaldi, con la sua gloriosa spedizione dei Mille, aveva finalmente conquistato Napoli, spodestando la monarchia Borbonica che regnava tutto il Meridione, incontrando il generale favore della popolazione locale. Nel frattempo, al largo incrociava la squadra navale Sarda, al comando dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano. La ragione di Stato ferma Garibaldi, che avrebbe voluto subito Roma e fa convergere le forze armate Sarde verso l'Umbria e le Marche. Un telegramma del ministro Cavour chiama l'ammiraglio Persano a intervenire via mare a supporto dell'azione che i generali Fanti e Cialdini porteranno via terra. Negli stessi giorni, dal 8 al 12 settembre era anche previsto un movimento insurrezionale in quelle regioni. Persano valuta l'impresa: comunica a Cavour che abbisogna di cannoni rigati, di completare gli equipaggi delle navi Borboniche che si sono unite alla squadra e, sopratutto, che le provviste di carbone non dovranno mai mancare. Egli è ben conscio di non avere alcun appoggio nell'alto Adriatico e che, anzi, vi è la forte avversione dell'impero Austroungarico. L'11 settembre la squadra lascia Napoli mentre, a nord, il generale Fanti varca i confini pontifici con 2 corpi d'armata.

 

Il giorno 16 settembre, la flotta del Persano è in vista del promontorio del Conero. L'ammiraglio manda la corvetta "Costituzione" in esplorazione, che riferisce la mancanza di navi da guerra. L'ammiraglio fa quindi rotta verso Rimini, dove ha un appuntamento con il generale Fanti per coordinare la presa della città. Non riuscirà a contattarlo né qui né a Senigallia: il Fanti stava infatti portando gli uomini verso lo scontro piu importante tra l'esercito Sardo e lo Stato Pontificio: la battaglia di Castelfidardo. Il giorno 18, infatti, Fanti si scontra con il generale pontificio La Morciére. La vittoria arride ai piemontesi e ciò che rimane dell'esercito Pontificio, come estremo atto di difesa si rifugia in Ancona.

Ma Persano non è uomo da attendere gli eventi e contatta il suo esercito proprio a Castelfidardo, riuscendo a concordare i piani per l'assedio della città. Il porto era ottimamente difeso, protetto dalla Lanterna fortificata a nord e dal Lazzaretto a sud, riparato dagli elementi grazie al gomito del Conero e del Guasco. Specialmente inquietante era la poderosa Lanterna, casamattata e armata su tre linee di fuoco e nove cannoni, donati dall'impretatore d'Austria Francesco Giuseppe a papa Pio IX e al comando del tenente austriaco Westminsthal. L'intero porto e la sua difesa erano al comando del conte Gizzi, già ufficiale della Marina Austriaca. Completavano la difesa le batterie lungo le mura del porto e sui monti del Cardeto, dei Cappuccini. Queste ultime particolarmente insidiose perche site a notevole altezza sul livello del mare. Persano sa bene che non vi sono arsenali per il raddobbo di eventuali danni subiti dalla flotta, né carbonili per il rifornimento delle unità. È una missione estremamente rischiosa, che richiede calcolo e ardimento. Già durante lo svolgimento della battaglia di Castelfidardo, i cannoni della squadra iniziano il martellamento delle batterie sui colli, forse le piu pericolose. E Persano riesce nell'intento, danneggiando fortemente le batterie del Colle Cappuccini, le piu prossime alla città. Ma il Persano cerca continuamente nuovi bersagli e nuove idee per conquistare la città. Il 20 settembre, Persano comunica ufficilamente alle autorità Anconetane di aver eposto il blocco navale alla città, consentendo in via eccezionale il solo esercizio della pesca. Concorda nel frattempo con il Fanti ulteriori dettagli e insieme decidono di porre la fanteria imbarcata a disposizione del Generale. Scriveva l'Ammiraglio: "...provo un'ansietà grandissima nel timore che un'improvvisa bufera mandi tutto a vuoto; e, a fronte dell'urgenza dello sbarco, passo per uno di quei momenti terribili ignoti alla gente di terra, a cui pare che il mare sia sempre piano come l'olio, e non sa persuadersi delle continue agitazioni in cui deve trovarsi chi è costretto ad agire sempre su un elemento detto a ragione infido". Durante i giorni 22 e 23 continua il bombardamento alle batterie: quella del Cardeto è l'obbiettivo principale, sufficientemente lontana dall'abitato da evitare danni alla popolazione (che è gia favorevole all'annessione all'Italia), ma anche molto pericolosa per il prossimo attacco definitivo al porto. Lo stesso giorno 23, le forze Sarde cominciano a circondare la città e, per il 25, viene concordato di imbarcare presso Torrette un gruppo di bersaglieri che attaccherà dal mare il Lazzaretto e il Molo. Un filo telegrafico collega tutti i comandi che accerchiano la città fino a Torrette, dove un telegrafo ottico manterrà il contatto con la squadra. Si tenta un colpo di azzardo. Due squadre sbarcano nottetempo dal Maria Adelaide (su scialuppe a rimorchio del Mozambano) per cercare di aprire le robuste catene del porto e far entrare la squadra. Ma le squadre sono avvistate e il tentativo va in fumo con qualche perdita, sopratutto da parte pontificia. Persano però non si arrende e dispone di ritentare la sera successiva. Gli uomini riescono a sbarcare e iniziano a rimuovere le catene. Il tentativo verrà nuovamente scoperto. Preso atto dell'impossibilità di un simile colpo, l'ammraglio Persano si rende conto che non vi è alternativa all'attacco diretto, anche perchè le riserve di carbone iniziano a scarseggiare. La mattina del 28 settembre convoca il suo stato maggiore per dare disposizioni, trovando peraltro solo il conte Albini favorevole a queste disposizioni. Le motivazioni degli altri comandanti erano comprensibili: la mancanza di carbone e di approdi avrebbe comportato l'autoaffondamento delle unità che fossero state danneggiate dalle potenti artiglierie doriche. Un vantaggio che non sarebbe sfuggito all'impero Austroungarico! Persano prende atto delle perplessità dei suoi comandanti, già sue fino a poco tempo prima, ma si assume la responsabilità dell'operazione e dispone per l'inizio del forzamento in massa del porto: alle 13 del 28 settembre, chiamati anche in aiuto dei bersaglieri in difficolta a Porta Pia e Lazzaretto, la Vittorio Emanuele, la Governolo e la Costituzione dirigono per l'attacco finale. Un forte vento da Scirocco contrasta le operazioni, che prevedono di ancorarsi e iniziare il cannonengiamento sotto il micidiale fuoco della Lanterna. Il generale Fanti invierà in seguito un messaggio di congratulazioni a Persano per la perizia e bravura dei marinai in questa operazione.Il vento rinforza e l'ormeggio della Vittorio Emanuele comincia ad arare, Persano manda in rinforzo la Carlo Alberto e la Maria Adelaide, ordinando di approntarsi al combattimento. Il tiro incrociato sulla Lanterna obbliga i difensori a scendere dalla barbetta alla casamatta, mentre i colpi affondano tutto il piccolo naviglio che circonda la lanterna. L'Albini con la sua Vittorio Emanuale, ripreso il governo dell'unità e punto sull'orgoglio dall'elogio diretto da Persano agli altri comandanti, chiede libertà di manovra e, ottenutala, si porta in prossimità della casamatta della Lanterna, riversandogli addosso tutto il fuoco di batteria. Spara tutto il possibile senza mai fermare la Vittorio Emanuele, in una arditissima operazione con la nave in movimento, mai tentata prima. Uno scoppio tremendo, seguìto da un cupo boato, dà il colpo di grazia all'ultima difesa Pontificia. Una granata è penetrata nel deposito delle polveri della Lanterna, entrandovi attraverso lo stretto pertugio di una cannoniera. Provoca l'esplosione della polveriera e la morte degli artiglieri: si salveranno solo 25 uomini su 150. Alle 18.45 del 28 settembre 1860 il maggiore Mauri, parlamentare pontificio, viene accolto a bordo della Carlo Alberto chiedendo, a nome del generale La Moriciére, un armistizio. Conscio della sua posizione, Persano fa acompagnare il parlamentare dal gen. Fanti, mentre rimane ai posti di combattimento, approntando lo sbarco dei distaccamenti di bordo. Personale che sbarcherà nella tarda serata e prenderà posizione nella spianata di San Ciriaco protetti dai "legni" della squadra. Alle 12.30 del 29 settembre, a Villa Favorita, oggi sede dell'ISTAO presso la Baraccola, viene firmata l'ufficiale cessione di Marche e Umbria al nascendo Regno d'Italia. Il generale Fanti, comandante delle forze assedianti, annuncia solennemente che la città di Ancona si è arresa alle forze regolari italiane. Prima del calar della sera, le truppe entreranno in città accolte festosamente dalla popolazione. Alle 19.30 il generale La Moriciére si costituiva prigioniero consegnandosi a bordo della Maria Adealide, dichiarando che fu il valore e la perizia della Marina Italiana la causa prima che lo avevano indotto a chiedere la resa. Il bottino fu ingente: 154 pezzi di artiglieria, 180 cavalli, 100 buoi da macello, 2500 quintali di farina, 25.000 razioni di foraggio, 2 piroscafi papalini, 6 trabaccoli, i magazzini del carbone e la cassa militare con 1.225.000 franchi. Persano grato ai suoi marinai, fara affiggere per la citta questo manifesto:

 

Tutta la flotta dell'Ammiraglio Persano

Pirofregata Maria Adelaide
ammiraglia di Persano ad Ancona: 3484 tonnellate di dislocamento, costruita nei cantieri genovesi di Foce nel 1859 e con un apparato motore di ben 2255CV

Pirofregata Vittorio Emanuele
costruita nei cantieri genovesi di Foce nel 1856, 3126 tonnellate di dislocamento e 1488 Cv di potenza

Pirofregata Carlo Alberto
costruita nei cantieri inglesi Smith di Newcastle nel 1853. 3283 tonnellate di dislocamento e 400 Cv di potenza

Corvetta a Ruote Costituzione 
costruita nei cantieri inglesi Picher Nort nel 1849. 2170 tonnellate di dislocamento e 400 Cv di potenza

Corvetta a Ruote Governolo
costruita nei cantieri inglesi Picher Nort nel 1849. 1700 tonnellate di dislocamento e 450 Cv di potenza

Avviso a ruote Mozambano
costruita in inghilterra nel 1841 per la Marina Mercantile Napoletana, nel 1849 fu acquistato dalla Marina Sarda.900 tonn di dislocamento e 200 CV di potenza


Inoltre si uniranno, davanti al porto dorico, la fregata San Michele, il brigantino Azzardoso e i piroscafi Tanaro e Conte di Cavour.

Villa Favorita, dove fu firmata la cessione delle Marche e dell'Umbria al nascendo Regno d'Italia. Si trova in via Zuccarini 6, presso la località Baraccola di Ancona

Ingresso di Re Vittorio Emanuele II ad Ancona, il 3 ottobre 1860, pochi giorni dopo la conquista della città. Il sovrano si tratterrà ad Ancona per ben sette giorni.

Il Re Vittorio Emanuele II entra ad Ancona. L'incontro di Grottammare.

Il 3 ottobre 1860 alle 5 del pomeriggio Vittorio Emanuele II sbarca al porto di Ancona. La città, che le truppe truppe piemontesi hanno liberato il 29 settembre, è in festa; centinaia di bandiere tricolore ornano strade e palazzi, gli anconetani, ammassati lungo il cammino del corteo reale, hanno in mano fazzoletti rossi, bianchi e verdi ed inneggiano al Re. “Al primo entrare – racconta Gaspare Finali, un uomo del seguito sabaudo – ben appariva che la città non era stata soggiogata con la forza, ma liberata dall’oppressione di armi straniere e dal giogo di un odiato governo. La popolazione in giubilo, i cittadini di ogni ordine misti a marinai e soldati, gli uni a braccetto degli altri, in festa e in allegria”. Il re, che è sulla nave “Govergnolo”, approda alla banchina Corsini e a terra viene accolto dai generali Cialdini e Fanti, dal commissario Valerio e dai componenti della giunta provvisoria con a capo il presidente Fazioli. Vittorio Emanuele II sale quindi su un cavallo bianco donato dagli stessi anconetani e, con al suo fianco il ministro Farini, procede verso Porta Pia dove passa in rassegna le truppe, poi rientra verso il centro della città e sale fino a piazza Grande (oggi piazza del Plebiscito, familiarmente conosciuta come piazza del Papa per la grande statua di Clemente XII) e nel vicino Palazzo Apostolico o del Governo, attuale sede della Prefettura, riceve i membri del Comitato centrale di Ancona, con a capo il presidente Alessandro Orsi, anima dei patrioti marchigiani, le Deputazioni delle varie province delle Marche e dell’Umbria. Calata la sera ad Ancona iniziano i festeggiamenti che si protraggono per tutta la notte.

Alle lotte per la liberazione aveva partecipato solo quella che gli storici definiscono una “frazione di punta”, ma l’arrivo del sovrano viene vissuto da tutta la popolazione con grande e sincera euforia perché, come scrivono Pavia e Sori “la grande maggioranza del ‘popolo basso’ aveva condiviso quell’opera di distruzione dell’esistente regime politico pontificio. Accanto al gruppo dirigente, costituito da esponenti della borghesia agraria e mercantile, da professionisti e da numerosi aristocratici di orientamento liberale, la città nel suo insieme si apriva fiduciosa al nuovo corso, ponendo grandi speranze nella riconquistata libertà”. Osserva lo storico e giornalista Luca Guazzati “Ancona in effetti, all’indomani dell’Unità, ha parecchi assi nella manica in cui credere per il suo sviluppo e l’accresciuto prestigio”.

Vittorio Emanuele II si ferma in città per sette giorni e sceglie di abitare in collina, sull’altura di Posatora in una villetta che viene messa a sua disposizione dal commerciante Luigi Colonnelli. Si rimetterà poi in viaggio verso il Tronto (l’antico confine tra l’ex Stato Pontificio e l’ex Regno di Napoli). Qui resisteva ancora la fortezza di Civitella del Tronto, ultima a cadere (20 marzo 1861; addirittura 3 giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia). Vittorio Emanuele nel tragitto visita Loreto accolto dal Collegio dei Canonici, ma è vistosamente e comprensibilmente assente il vescovo, lascia una donazione di 50.000 lire e visita il Collegio Illirico, dove erano ospitati i feriti di Castelfidardo e poi prosegue verso sud. Doveva fermarsi a Porto San Giorgio, ma per una serie di malintesi prosegue e sosta a Grottammare nella villa dei marchesi Laureati dall’11 al 15 ottobre. Curiosamente, malgrado l'ospitalità, i Laureati non erano noti per il loro fulgido patriottismo, essendo noto il loro attaccamento all'ex Re di Napoli. A Grottammare si verifica l’evento politico di notevole importanza. Vittorio Emanuele qui ricevette la delegazione del Regno di Napoli che gli offriva la corona di tale Regno.  La delegazione era composta da circa 25 persone, tra cui Luigi Settembrini, ed era capeggiata da Ruggero Bonghi, che sarà poi Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia (1874-1876); essa era arrivata a Grottammare rocambolescamente seguendo itinerari pericolosi, dato il permanere -pur traballante- del governo Borbonico. Bonghi indirizzò al Re un alato discorso invitandolo a liberare il sud.
Il 14 ottobre, domenica, il Re ascoltò la messa nel vecchio incasato di Grottammare, celebrata dal cappellano di corte. Nel pomeriggio, andò a caccia sulle colline circostanti, cosa che – sempre a Grottammare – aveva fatto nei giorni precedenti nei ritagli di tempo. Il 15 ottobre, alla testa del suo Stato Maggiore passa per San Benedetto del Tronto ed a cavallo del destriero “Solferino” alle ore 10,30 oltrepassa il Tronto annullando così la secolare barriera tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Fece poi tappa a Giulianova, quindi si diresse verso Teano nei cui pressi, esattamente a Caianello, incontrerà Garibaldi.

Targa dedicata alla visita di Vittorio Emanuele II affissa su palazzo Laureati a Grottammare