La rocca papale di Ancona

(fortezza Albornoz o di San Cataldo)

 

Tratto da "La Rocca di San Cataldo", di Sauro Moglie e Alessandra Marsili, con nostri adattamenti. Elaborazioni grafiche di Gualtiero Santini.

 

Nulla rimane della imponente fortezza che l’Albornoz fece costruire nella città a picco sul mare.

Fu realizzata in 5 anni da più di 1000 operai, ma ebbe una durata di soli 30 anni, demolita dagli stessi anconetani.

 

 

Contesto storico

Nel 1348 Malatesta iniziò la costruzione della “Rocca di San Cataldo”, nome di origine incerta acquisito con ogni probabilità da una chiesa esistente. Ad Ancona il cardinale Albornoz arrivò nel novenbre del 1355. Dopo aver visitato la rocca malatestiana, giudicata inadeguata, decise di far costruire in quel luogo, in posizione dominante sulla città e a picco sul mare, una nuova grandiosa costruzione.

Essa aveva una molteplice funzione:

- diventare la dimora estiva del papa di ritorno da Avignone

- diventare la residenza stabile dell’Albornoz in Italia

- difendere la città dai nemici interni ed esterni

Una delle poche testimonianze della rocca e della sua costruzione si ha dalla cronaca del tempo dell’Oddo di Biagio, arrivata sino a noi per trascrizione di Lazzaro de Bernabei ed edita da Ciavarini nel 1870, mentre agli Archivi Vaticani sono conservate diverse testimonianze sulla costruzione della rocca, sulla spesa sostenuta e sulle manovalanze utilizzate

 

[...] Meser Egidio legato venne in Ancona et qui locò la sua sede; et comandò che la rocha fusse circondata da mure [...]

[...] comandò subito se dovesse murare con alti muri, con diverse forteze, con palazi ornati de varie et diverse camere [...]

Fo adonqua finita la rocha in anni cinque.....

....vennero impiegati circa mille operai per cinque anni, con un onere di spesa notevole per la città.....

 

Descrizione

Il suo tracciato - pressoché quadrangolare e con i lati lunghi orientati da sud a nord – aveva uno sviluppo perimetrale complessivo di circa 1200 metri lineari e si adattava alle rughe naturali del colle, concedendo al tutto una fisionomia spiccata di dominio e di grandezza. I lati terrestri erano difesi da profondi fossati, attraversati da ponti levatoi, mentre le cortine e le torri, come usavasi in quei tempi, dovevano essere merlate su sporto di archetti, con arciere, o caditoie, o troniere. Una muraglia altissima, munita di marciaronda a doppia merlatura, divideva trasversalmente la rocca in due settori, di cui quello prospiciente la città aveva superficie pressoché doppia dell’altro a mare.

Tre erano le porte esterne che immettevano alla rocca, tutte munite di ponti levatoi, costruite in pietra viva e adorne di stemmi dipinti in oro, cinabro, argento e azzurro, riproducenti le armi della Chiesa, del Legato e di papa Innocenzo VI.

Sulla cortina meridionale era l’entrata principale d’accesso al palazzo del Legato e al settore terrestre, mentre, verso il Cardeto, aprivasi una porta in corrispondenza del palazzo papale e del settore a mare. Pure sul lato verso il Cardeto, e più avanti della “porta papale”, era aperta la “porta falsa”, in una torre di mezzo, nella quale confluivano le gallerie che immettevano fuori della città. Una porta interna, quella ricavata nella “torre maestra”, permetteva il transito dal settore terrestre a quello a mare e la “porta magna”, munita di anteporta, concedeva il collegamento del cassero con la rocca. Varcato il ponte levatoio, che sbarrava l’ingresso principale nel lato meridionale, si entrava nel settore terrestre, limitato da un dilettevole chiostro ed avente a sinistra una loggia e a destra una chiesa senza abside. Palazzi eretti ovunque limitavano, unitamente al chiostro, un prato percorso da strada e ai margini contornato da alberi. La loggia, sorretta da quattro colonne di “pietra assai nobile”, aveva una copertura in tavolato indorato e dipinto, con istoriate tutte le insegne del re, dei principi

cristiani e gli stemmi di tutte le città d’Italia.

Sul lato opposto della loggia era edificata la chiesa, o cappella, con soffitture dipinte a stelle d’oro e finestre a vetrate colorate. Attraversato il prato si entrava in un giardino, anch’esso contornato di alberi e solcato da strada pittoresca interrotta da una fontana a base larghissima e profonda, alimentata da acque stillanti da condutture piombate.

Fra il verde ed i fiori si elevava un chiosco quadrangolare contenenti cedri, aranci, e gran copia di erbe ornamentali e odorifere. Altri due piccoli chioschi sorgevano ai lati, adibiti a colombaia e a conigliera.

La “torre maestra” era eretta e conglobata nella muraglia divisoria dei due settori, aveva basamento quadrangolare ed era assai più alta e massiccia di tutte le altre. Oltrepassata la muraglia divisoria si entrava nel settore a mare, su cui, più alto delle torri, campeggiava il palazzo papale, che di mirabile fattura era e con squisito gusto edificato. Il palazzo, nel quale il bello coincideva con il grandioso, era munito “di merli e corridoi sopra esso, con finestre colonnate e camere suffittate e dipinte

come la cappella”.

(brani tratti da “La Rocca papale di San Cataldo in Ancona”, G. Santini, Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche, Serie VII - Vol. XI – 1956)

 

Assedio e distruzione

Ancora nelle Cronache Anconetane viene descritto dettagliatamente l’assedio alla rocca e la definitiva distruzione da parte degli anconetani. La localizzazione sul

margine della falesia e la fragilità di un luogo così critico, favorirono il crollo di buona parte della fortezza che precipitò a mare.

 

...che tutto el populo de la città con arme, sappe, conche, et altri ferri necessari devesseno assediare et circumdare la

rocha da la parte de fora, et cavare ad far fossi et antifossi.....

...che la torre maestra, che era de maraveglosa alteza, da la cima fino al fondamento se mozo per mezo...

... Dì et nocte ad fornire fossi et antifossi, bertesche, et propugnaculi intorno a la rocha da la parte de fora, como è

dicto, festinanter cum tutte forze, pensieri et cure insistevano...

... se mettesse et focho et ruinasse li muri...

...Et de la rocha solamente in fine de la guerra ne remase una faccia integra, cioè quella che era verso la chiesa de

sancto Antonio, ne la quale ce era la parte principale, et la intrata ordenaria de la rocha princinalmente ordenata, et

tutte e altre faccie per la magior parte erano ruinate, et maxime dal lato del mare che non ce remase alquanto de

muro. Anco la torre maestra et tutte le altre quasi erano ruinate, et tutti li edifici guasti, tanto che se alcuno la volesse

più guardare, li serria stato bisogno reparare ad tutto; el che non serria tanto stato impossibile ad una città, ma tutta

una provincia non la haveria refacta.

Il colle Cappuccini oggi dall'alto. La rientranza nella linea di costa è dovuta ad una frana.

Il colle Cappuccini senza frana e la rocca sopra

(ipotesi di tracciato).

Immagine satellitare dell'odierno colle Cappuccini con sovrapposta una ipotesi di tracciato della rocca.

La rocca di Spoleto, anche questa voluta da Egidio Albornoz, può essere comparabile in stile.